David Grossman al Teatro Donizetti di Bergamo: memoria, dolore e amore nella vita dello scrittore Teatro gremito, pubblico fremente, telecamere, fotografi. Un grande evento nella cornice del Donizetti in occasione della Giornata della Memoria, ospite David Grossman, celebre scrittore israeliano, che ha portato la sua profonda e toccante testimonianza sul valore della Giornata, senza dimenticare la violenza e l'odio che ancora vivono nel presente. Un appuntamento che, per l’interesse suscitato nella cittadinanza e l’impossibilità di accogliere tutte le prenotazioni per parteciparvi, è stato trasmesso in diretta anche sui siti web della Provincia, del Comune e nell’Auditorium di piazza della Libertà.
Dopo i saluti del Presidente della Provincia, Valerio Bettoni, la parola viene subito lasciata all’autore:
“Sono nato nel 1954, 9 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, che per noi ebrei significa anche la fine della Shoah. Tutta la mia infanzia è stata imperniata sul peso di questa tragedia. Ricordo quando entravo nella stanza dove c’erano i miei genitori e altre persone adulte che parlavano, carpivo qualche frammento di conversazione qua e là di queste persone che avevano perso i loro parenti, mogli, mariti, figli in Treblinka, altri riportavano terribili ricordi da Auschwitz. Quando i bambini entravano nella stanza, immediatamente tutto s’interrompeva. Ma ovviamente, essendo bambini, eravamo più sensibili ai silenzi che ai frammenti di parole che sentivamo perché capivamo che il segreto stava nelle cose non dette. Molto presto realizzammo che non dovevamo farci illusioni riguardo la vita stessa e riguardo il potere dei nostri genitori di proteggerci dalle atrocità della vita e nessuna illusione sul nostro futuro come ebrei, in un mondo non è stato sempre ospitale nei confronti del popolo ebraico. Ma soprattutto nessuna illusione sul genere umano. Credo che sia davvero terribile che a una così tenera età si possa diventare così consapevoli.”
Alberto Castoldi, Rettore dell’Università di Bergamo, rivolgendosi all’autore ha chiesto: Joshua, un altro grande scrittore israeliano, afferma che: “Gli ebrei hanno un rapporto molto complicato con la storia, noi lavoriamo con i miti, non con la storia, diversamente da voi europei che avete una coscienza storica, noi ne abbiamo una mitologica.” Per un altro verso lei ha scritto: “La grande tragedia del popolo ebraico consiste nell’essere sempre considerato un simbolo o una metafora per qualcosa d’altro”. Due versioni che coincidono?
Io credo che non solo abbiamo un rapporto complicato con la storia, abbiamo una storia davvero complicata, per certi versi davvero tragica. Ma Joshua ha proprio ragione parlando di questa sorta di deformazione che ci connota come persone, noi siamo sempre considerati dagli altri popoli, religioni e culture, come una metafora, un simbolo per qualcosa d’altro. L’ebreo non viene visto come essere umano in sé stesso, ma con un’aura di mistero, come se ci fosse un significato nascosto nell’essere ebreo. E forse questo ciò che crea la maggiore confusione nella nostra storia. Noi siamo visti come il popolo delle Scritture. Ma forse siamo più di questo. Siamo persone con una storia più grande di noi. E anche la creazione dello stato di Israele, è stata una storia infinita. Poi ogni due o tre anni avviene qualcosa: c’è stata la guerra dei sei giorni, quella del ’73 e potrei elencare ancora. Negli ultimi anni questo piccolo popolo fa parlare di sé come se fosse un popolo più grande di sé. Io penso che questo, in effetti, generi in noi un errato contatto con la realtà, non è genuino, armonioso, come quello che possono avere altre persone. Ed è forse proprio questo che porta la gente a proiettare su di noi come ebrei tutta quella serie di paure mitologiche, aspettative e talvolta anche incubi.
Ho più volte sottolineato che per così tanto tempo noi abbiamo speso le nostre energie, tutta la nostra vitalità e la creatività dei nostri giovani, ogni cosa per difendere l’assetto dei confini tra noi e gli altri, noi e il nemico, noi e il vicino. Sprecare tutte queste energie ne fanno rimanere davvero poche per la dimensione interiore, intima dell’uomo. Per me parte del piacere nello scrivere romanzi è esplorare l’interiorità, esplorare dimensioni che solitamente non trovano spazio quando la violenza si sprigiona attorno a noi. Per anni ho scritto romanzi sull’amore tra uomo e donna, la gelosia o dei bambini senza una casa a Gerusalemme o romanzi epistolari che creano un’intimità, una realtà ermetica verbale. Ho sentito che questo era essenziale per me, perché se non dedicavo la mia energia allo scrivere, la situazione circostante, la guerra, mi avrebbe in un certo senso confiscato, nazionalizzato. È come se in questo modo mi riprendessi la mia individualità.
Parlando della situazione attuale, il Rettore Alberto Castoldi, si rivolge all’autore chiedendo se Israele non stia rischiando di rovesciare i ruoli da vittima a carnefice.
Spero che vi sia un modo per fermare quanto prima questi conflitti. Noi ci stiamo incontrando ora, dopo l’ultima guerra tra Israele e Hamas, tra Israeliani e Palestinesi, che io credo sia non solo terribile, ma anche ridondante. Due giorni dopo lo scoppio di questo scontro scrissi un articolo, che credo sia stato pubblicato anche qui in Italia su la Repubblica, nel quale chiedevo l’immediato cessate il fuoco, sostenendo che non avremmo raggiunto risultati se avessimo portato avanti la guerra e avremmo perso ulteriori vite umane, sia dalla parte degli israeliani che dei palestinesi. Ma naturalmente la violenza ha la sua propria logica, come l’escalation d’odio. Ed è così difficile immaginare che questa guerra possa finire. Quello che mi rende più frustrato è l’atteggiamento, da entrambe le parti, di scegliere la violenza come prima soluzione. E guardando a tutta la nostra storia, c’è chi vince e chi perde di volta in volta, ma qual è il punto di questa vittoria se per entrambi è il rischio di distruzione che porta questa dinamica? Quello che spero è che forse lo shock di ciò che abbiamo visto nell’ultima guerra, l’eccessivo e inutile utilizzo del potere da parte di Israele, ci faccia fermare un attimo e pensare al modo in cui Israele sovra utilizza il potere nel Medio oriente. Mi auguro che arrivi un momento in cui la leadership israeliana capisca che si, dobbiamo avere un ruolo molto forte nel Medio oriente, perchè c’è un rischio reale per Israele, per il suo riconoscimento, per il suo diritto di esistere come Stato, e quindi dobbiamo avere un esercito forte. Ma un esercito forte non è l’unico modo per andare avanti. Dobbiamo capire che dobbiamo parlare con i paesi arabi con un altro linguaggio, che sia più coraggioso, più generoso, più dialogico. Non so se ci sarà una corrispondenza a questa mia speranza, ma mi auguro che il nostro paese e i Palestinesi e anche Hamas, riconoscano la vera opportunità del dialogo. Senza dialogo noi siamo destinati ad ucciderci a vicenda, ancora e ancora, fino alla nostra stessa distruzione.
Il perdono non è solo possibile ma assolutamente necessario. Da entrambe le parti ci vorrebbe la capacità di sapersi scusare dei crimini commessi gli uni nei confronti degli altri. Noi conosciamo le linee politiche per arrivare ad una soluzione, sono note da tempo. La domanda è: quanto altro sangue dovrà ancora essere versato prima di porre la parola fine? Il problema del tempo è davvero cruciale, se noi non troviamo una soluzione velocemente, questo porterà ulteriore frustrazione, odio e rafforzerà le frange estremiste come Hamas, allontanandoci maggiormente dal compromesso.
Dall’attualità si passa a parlare dell’attività di Grossman come scrittore, due aspetti in realtà strettamente collegati:
Mentre stava scrivendo il suo ultimo libro “Ad un cerbiatto assomiglia il mio amore” la sua vita è stata colpita da una tragedia riguardante suo figlio. Anche questo aspetto c’è nel suo romanzo?
Scrivere è la mia vita e quando scrivo un romanzo, diventa parte della mia vita familiare e ogni membro della mia famiglia è un partner nel mio scrivere. Quando ho iniziato il romanzo, 6 anni fa, sapevo che avrebbe avuto un finale aperto. Amo i romanzi con un finale sospeso, perchè consente al lettore di rimanere di più con la storia, in qualche modo di darle il finale che più desidera. Ricordo il finale de “Il libro della grammatica interiore”, c’è questo bambino che vuole diventare come Houdini, il mago; così entra in un piccolo frigorifero abbandonato in una discarica vicino a casa sua in Gerusalemme, chiude la porta e cerca poi di uscirne. Qui ho concluso il libro. Non potete immaginare quante lettere di lettori arrabbiati o frustrati abbia ricevuto, che mi chiedevano: è uscito o no dal frigorifero? Non lo. Ci sono molti dettagli nel libro che fanno pensare che lui sia in grado di riuscire ad uscire. Ma chi lo sa? Io amo l’idea che sia il lettore a tirare fuori il bambino dal frigorifero, che si sia così affezionato e preoccupato per lui che voglia accorrere a salvarlo dalla sua volontaria prigione. La stessa cosa nel libro “Ad un cerbiatto assomiglia il mio amore”, il finale è aperto. Nessuno sa se il soldato farà ritorno vivo da questa missione militare. La gente mi ha chiesto spesso, dopo quello che è successo alla mia famiglia, se la storia fosse cambiata. Io rispondo: no, la storia non è cambiata. Ma lo scrittore si, molto.
I suoi romanzi sono ricchi di vita, passione, amore; la fisicità svolge un ruolo importante. Quindi nonostante i drammatici eventi attuali, è fiducioso nel futuro?
Il romanzo “Ad un cerbiatto assomiglia il mio amore”, per esempio, non è un libro sulla catastrofe della vita, ma sicuramente parla della realtà della vita e di ciò che io considero il più grande dramma del genere umano, la vita in famiglia. Il rapporto tra i famigliari, il rapporto tra uomini e donne, tra genitori e figli, tra fratelli. È questo che ho cercato di catturare nel libro, perchè nulla secondo me è più importante di questo. Ho cercato di mostrare la delicatezza, l’intensità e la profondità di questi campi magnetici che si creano quando gli uni incontrano gli altri. E anche il grande sforzo necessario per mantenere questa fragile, vulnerabile costruzione che è la famiglia, all’interno della situazione di Israele oggi, dove violenza e brutalità penetrano all’interno del tessuto delicato della famiglia.
Nessuno sa cosa sarà del futuro. È un’illusione pensare di predirlo. Posso dire quello che spero: ho un sogno, molto semplice, so che è impossibile ma sarebbe tanto semplice. Vorrei che sia i palestinesi che gli israeliani giungessero alla soluzione di due Stati: uno Stato palestinese, sovrano e indipendente. Dal profondo del mio cuore auguro ai palestinesi di avere la possibilità di offrire ai propri figli una Nazione libera, senza la paura e l’umiliazione dell’occupazione, senza gli incubi che la violenza porta, in modo che possano investire tutte le forze, qualità, capacità per costruire una società democratica, senza fanatismi e fondamentalismi. Spero che gli elementi sani di questa società trionfino sugli estremisti. Mi auguro, inoltre, che gli israeliani, per la prima volta nella nostra storia, inizino a vivere in sicurezza. Nel vero significato della parola, nel senso di avere un posto nel mondo che possiamo sentire come una casa; per la prima sentire di non essere vittime della nostra storia, ma darle noi una forma. Io credo nella pace non solo come soluzione per il conflitto politico e militare, ma credo che sia una concreta opportunità per esplorare questa vita in un altro modo, non nel modo in cui siamo stati programmati a vivere. Per così tanti anni noi ebrei siamo sopravvissuti per la volontà di vivere la nostra vita. Oggi viviamo solo per sopravvivere. E questo non è abbastanza. Vorrei di più che sopravvivere e basta. Vorrei che la mia gente potesse esplorare ogni dimensione dell’esistenza, non solo quella del sopravvivere da una catastrofe all’altra; in modo tale che la minaccia che incombe sulle nostre teste dall’alba del nostro popolo, possa essere eliminata e per noi sia l’inizio per vivere davvero come persone. Vorrei che smettessimo di essere un popolo con una storia più grande di noi, ma solo un popolo con una storia unica, come gli italiani, i cinesi, gli egiziani. Un’altra storia. Per poter sperimentare qualcosa che non abbiamo mai sperimentato: la sensazione di un’esistenza solida, di radici profonde nella nostra terra, di essere accettati dai nostri vicini e all’interno della comunità internazionale. Avere l’opportunità che ogni uomo deve avere: vivere la propria vita come merita, non una vita parallela, una vita vera.
Il Teatro si riempie di applausi scroscianti a congedo di uno scrittore sensibile, profondo, che ha regalato alla città di Bergamo una serata di riflessione e approfondimento di elevato spessore culturale.
Silvia Valenti
06 / 02 / 2009
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