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Il popolo eletto raccontato da Moni Ovadia


Eventi Lodi - Recensione 11/02/2010
Sabato sera gli spettatori di “Cabaret Yiddish” hanno fatto un viaggio nel mondo dell’esilio in compagnia di Moni Ovadia “un viaggio apparentemente lontano ma molto più vicino di quello che sembra”. Inizia così la serata di questo istrionico artista di origine chiaramente ebraica che mette in risalto con tutta l’ironia di cui è capace i pregi/difetti del suo popolo perseguitato da sempre.
Lo spettacolo si gioca quasi interamente sul tema del leggendario attaccamento al denaro da parte degli Ebrei e Ovadia nel raccontare a raffica storielle sul popolo eletto ne è allo stesso tempo detrattore e filo semita in un alternarsi di personaggi tipici della cultura ebraica. Come quello del rabbino o della mamma yiddish. Parla della “sfiga giudaica” attraverso Moisce Moscowitz un esiliato russo dei primi anni del 900 che approda nella terra promessa (gli Stati Uniti) dopo varie peripezie e lo descrive con un gran nasone, la barba lunga e incolta, indossa un pastrano sdrucito, ha la gobba e per finire l’anca sbilenca: tutti segni inconfondibili del suo essere ebreo e in più come lo definisce lui stesso “sfigato”.
Nell’esilio si perdono molte cose , afferma Ovadia, tra cui la più importante è la lingua che di generazione in generazione si sfalda fino a scomparire completamente. Questo è il motivo per cui nasce lo Yiddish che è la lingua dell’esilio degli Ebrei del centro est europeo, è nata nell’esilio, per l’esilio, ecco perché non si perde: è la più giovane lingua europea ha circa 400 anni. Non ha grammatica, si compone di frasi brevi e nervose e parole straniere che sono un miscuglio di polacco, russo, tedesco, ucraino, ebraico, romeno. Praticamente incomprensibile ai profani.
“Cabaret Yiddish” ha la forma classica del cabaret comunemente inteso. Alterna brani musicali a canti e storielle, aneddoti, citazioni. Ma la sua peculiarità consiste nell’essere interamente dedicato a quella parte della cultura ebraica di cui lo Yiddish è la lingua e il Klezmer la musica. Quante maschere indossa durante un solo spettacolo questo funambolico artista? Moni Ovadia si potrebbe definire un libero pensatore agnostico. Prende in giro (sempre ironicamente) i riti, dal matrimonio ortodosso ebraico al funerale, accompagnati entrambi dalla perenne presenza della famiglia ebraica intesa come clan di cui non ci si libera facilmente.
Moni Ovadia è un narratore/affabulatore fantastico riesce a catturare per due ore l’attenzione dello spettatore senza mai interrompere il filo che tende tra lui e il pubblico fatto di storielle, canti, gesta e soprattutto tanta musica accompagnato da quattro bravissimi musicisti: Emilio Vallorani, Paolo Rocca, Albert Florian, Luca Garlaschelli. La naturale predisposizione della musica popolare ebraica ad accogliere arie esterne e a farle proprie, non gli ha impedito di mantenere inalterati alcuni caratteri peculiari come il tipico timbro vocale e lamentoso con cui si esprime, in genere con un marcato vibrato e spesso in sovracuto, il clarinetto, strumento principe del klezmer; non solo, ma gli interpreti klezmer erano da sempre trasgressivi nei confronti dell'ortodossia grammatico-musicale occidentale: suoni onomatopeici, rumori, alterazioni fonetiche, manipolazioni dell'intonazione, fischi d'ancia, colpi di lingua, distorsioni, suoni parodistici e irregolarità ritmiche non sono mai mancati nella musica ebraica, frutto anch'essa di un colossale e millenario melting pot...Questa attitudine si è sposata così bene con il jazz che quando il klezmer fece la sua apparizione negli States , venne semplicemente chiamato jazz ebraico o yiddish jazz. Nacquero vere e proprie orchestre, orchestrine, complessi e complessini che riscossero un grande successo e tra le cui file militavano anche musicisti non ebrei; e il creare nuove versioni di brani conosciuti nello stile klezmer divenne pratica comune. Insomma l'ingresso della musica klezmer nel Nuovo Mondo si è dimostrato semplice e indolore, automatico e foriero di interessanti novità, anche se non rivoluzionarie.
Paola Ambrosino



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