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LICIA MAGLIETTA DELIZIA IL PUBBLICO CON LA SUA BORINA


Che la Maglietta fosse una brava attrice non v’era dubbio sin dal suo primo film “Le acrobate” con Valeria Golino per continuare con “Pane e tulipani” per la regia di Soldini. Ma si sa, un conto è recitare per il cinema un altro è farlo per il teatro. Quello che è andato in scena venerdì sera al Teatro San Domenico di Crema è stata una grande prova di recitazione, regalata al pubblico da Licia Maglietta che ha interpretato magistralmente Borina una vedova siciliana immaginaria. Borina, all’anagrafe Liboria Serrafalco sposata Liuzzo, vive a Tagliaborse un paesino della Sicilia, dove trascorre una vita piatta e prevedibile. E’ alta un metro e ottanta, troppo per i canoni dell’epoca e ha già 30 anni quando si sposa (controvoglia ma per il bene della famiglia) con Cataldo Liuzzo, detto pilu russo, grassoccio e più basso di lei, con degli occhi che tendono all’arancione, decisamente ributtante. “Così portando uno all’altro il proprio difetto” come dice la stessa protagonista, nel settembre del 1950 convolano a nozze tra tulle e confetti. Ma ben presto Cataldo parte per l’Australia con somma gioia della consorte e dopo qualche anno non dando più notizie di sé, Borina immagina ( e spera) che sia morto. Finalmente può assurgere allo status di VEDOVA, a cui tanto ambiva. Si rivolge al cuore di Gesù (ne appende ben 10 in casa) affinchè le faccia la grazia. In fondo non è vedova di diritto ma di fatto si! Così inizia il suo peregrinare dal lunedì al sabato con la littorina nei cimiteri dei paesi vicini, Giarre, Randazzo. Seleziona con cura sei diversi mariti defunti a cui far da vedova e prendersi cura delle loro lapidi. Il comun denominatore di tutti e sei deve essere stata una morte rapida e senza strascichi di malattie, che non abbia coinvolto in un calvario senza fine la povera moglie ( in tal caso Borina). Inizia così per la nostra eroina una vita di corsa scandita dai viaggi tra corriere e littorine per recarsi nei vari cimiteri. L’unico giorno che le rimane libero aimè è la domenica, in quanto troppo pericoloso recarsi al cimitero,se si presentasse un parente sarebbe messa in fuga da visitatori occasionali. Meglio essere prudenti e stare a casa, così pure per le festività. La poverina viveva in quei giorni “gli scarti della vedovanza”, come lei stessa afferma. Finchè un bel dì, il destino le gioca un brutto scherzo. Dopo 30 anni gli si ripresenta sotto casa il defunto marito (almeno creduto tale, ma che in realtà aveva vissuto fino ad allora in Australia con una portoghese da cui aveva avuto un figlio), notevolmente peggiorato dagli anni e dalle malattie e senza un becco di un quattrino.
Che colpo per Borina! Da quel momento deve assistere il marito redivivo e per di più diabetico. Così pian piano nella sua testa, esasperata dalla presenza di questo essere immondo, si fa strada un pensiero fisso: come diventare una volta per tutte vedova. Inizia a sostituirgli alla saccarina lo zucchero in dosi sempre più massicce che per un diabetico equivale a ingerire veleno, e a cucinare in modo sempre meno indicato a un malato di tal genere, con grassi e ogni ben di Dio. Finchè un giorno, dopo un lauto pasto Liuzzo va a fare la pennichella da cui non si sveglierà più. Finalmente Borina che nel corso degli anni aveva fatto incetta di ogni genere di stoffa pregiata e merletti, tutti tassativamente neri, indicati per una vedova riesce a sfoggiarli uno per ogni giorno dell’anno, con somma gioia e orgoglio. Ora devono portare tutti rispetto a Liboria Serrafalco fu Liuzzo.
Bravissimo anche il musicista Vladimir Denissenkov che con il suo bayan, fisarmonica russa, accompagna per tutto lo spettacolo la Maglietta, con la sua incredibile mimica facciale.
Paola Ambrosino



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