Mistero buffo: Mario Pirovano in scena al Creberg Teatro
Una serata di grande teatro, quella proposta ieri dal Creberg di Bergamo. Mario Pirovano, eclettico allievo di Fo, porta in scena proprio l’opera più famosa del Premio Nobel, Mistero buffo, giullarata popolare presentata per la prima volta nel 1969 e ormai considerata un classico del ‘900.
Si presenta sul palco vestito come Dario Fo, maglione blu e pantaloni scuri, si muove come lui, parla come lui, gioca con la voce e i gesti proprio come lui. Recita nella lingua originale dell'opera, rivisitata in dialetto padano con inflessioni venete, lombarde e piemontesi: il grammelot, che è miscuglio di culture, di influenze linguistiche ed espressività mimica, usato nel medioevo per parlare al popolo con le parole del popolo.

L'opera composta da una serie di monologhi, descrive alcuni episodi di argomento biblico, ispirati a brani dei Vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù. Il punto centrale è costituito dalla consapevolezza dell'esistenza di una cultura popolare, vero cardine della storia del teatro, che è stata sempre, secondo Fo, posta in piano subalterno rispetto alla cultura ufficiale. Il titolo stesso, Mistero buffo, è emblematico della scelta di trattare l’espressione popolare nella sua forma ironico-grottesca, come mezzo di provocazione e di agitazione delle idee. Il giullare non ridicolizzava o dissacrava la religione, ma smascherava e denunciava le azioni dei potenti e prepotenti, che utilizzavano la religione e il sacro per mantenere privilegi e tutelare i propri interessi sfruttando l’ingenuità e la credulità popolare.
E Mario Pirovano si dimostra un giullare perfetto che, giostrando con grande abilità, risate e serietà, mimo ed espressività vocale, ripercorre una storia millenaria fatta di ingiustizie, nel tentativo di svegliare le coscienze e di coinvolgere il pubblico che, tra scoppi di risa, è chiamato spesso a riflettere su come sia cambiata la sensibilità popolare nei confronti del potere. Siamo una società annichilita? La risata spontanea richiamata dal grottesco, dalla trivialità è spontanea e calorosa, il riso alle frecciate nei confronti degli abusi dei potenti sono timide e sporadiche. Pirovano riesce a gestire magistralmente l’interazione attore-pubblico, nonostante una platea ingiustamente spopolata, dando la sensazione di una serata di chiacchiere tra un gruppetto di persone, nel quale un animatore non manca mai.
L’attore entra ed esce dai vari personaggi e mantiene con il pubblico un contatto diretto, spiegando ciò che sta facendo e chiedendo anche il suo aiuto.
Pirovano porta in scena quattro dei testi che compongono l’opera di Dario Fo, che a volte sono interamente autentici testi medievali, a volte invece sono rielaborazioni: questo è il caso per esempio dell’episodio di Bonifacio VIII, dove si mostra un Cristo che prende a pedate il Papa per la sua condotta riprovevole. Classico anacronismo medievale per sottolineare l’enorme differenza tra la semplicità del Cristo sofferente e lo sfarzo, la corruzione e la violenza di un Papa molto discusso, che persino Dante pone nell’Inferno della sua Commedia anche se ancora in vita. Lo spettacolo si apre con l’episodio della Resurrezione di Lazzaro, descrizione parodistica di uno dei miracoli più popolari del Nuovo Testamento, con tanto di figure del popolo ben delineate dall’uso della voce, dei toni, delle movenze, da parte dell’attore, e poi il guardiano che si fa pagare per assistere allo “spettacolo” del Santo, i soliti furbi, i venditori di acciughe fritte e l’allibratore che raccoglie le scommesse sulla riuscita o meno del miracolo; un attore, cento volti. Si prosegue con La fame degli Zanni, storia di una fame atavica recitata in grammelot con sproloqui e contorsioni da artista circense. A conclusione Il primo miracolo di Gesù Bambino, racconto tratto dai Vangeli apocrifi sul piccolo Jesus-Palestina, che subisce l’intolleranza dei coetanei perchè straniero, ma che si conquista il loro rispetto con un miracolo, quasi un gioco di prestigio, facendo volare gli uccelli di terra fatti dai suoi compagni e che, poi, reagisce alla prepotenza del figlio del padrone della città con la vendetta di un miracolo molto meno innocente. Uno Jesus bambino assolutamente umano.
Spettacoli del genere sono irripetibili, l’uno diverso dall’altro.
Ogni volta, il contesto in cui si svolgono — dal luogo, alle occasioni, all'umore del pubblico — crea una situazione comunicativa e di finzione scenica nuova, unica. La ricchezza del testo e le capacità istrioniche di Mario Pirovano riescono a trasportarci nella dimensione delle farse medievali provocatorie, dissacranti e nella comicità viva della Commedia dell'Arte.
Ma i richiami all’attualità, che fanno da cornice ai quattro brani, svelano il presente con le sue false ingenuità ed ipocrisie, puntando il dito dritto contro lo spettatore coinvolto nella farsa e allo stesso tempo regalandogli momenti di incontenibile ilarità.
Silvia Valenti
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