Ecco un'occasione imperdibile per godere di una forma d'arte senza eguali: la scultura.
La mostra si potrà visitare fino al 10 aprile.
VITTORIO BELLINI: il dolore, dopo
Sculture 2005 – 2008
Bergamo, preparazione alla Pasqua; i frati domenicani celebrano l’evento nella Chiesa di San Bartolomeo con una installazione dell’ artista Vittorio Bellini.
Il dialogo secolare tra Chiesa e arte é servito per rappresentare e per rafforzare la fede tra le genti, un mezzo di formazione e di sedimentazione della cultura religiosa che, fissando i canoni della rappresentazione, ha elaborato un linguaggio comune atto alla trasmissione dei credi, una forma di scrittura che si é sviluppata per immagini. Grazie poi alle posizioni e alle difese degli ultimi pontefici, anche l’arte contemporanea ha finalmente potuto accedere ai luoghi di culto.
La mostra il dolore, dopo presso il Centro Culturale San Bartolomeo di Bergamo dal 28 marzo fino al 10 aprile, ci propone una selezione di opere che, come commenta Franco Moro nella prefazione al catalogo della mostra, sono il risultato della maturità umana e religiosa di Vittorio Bellini, di quell’ascolto profondo e silente degli stati d’animo a cui l’artista è giunto dopo l’esperienza di una vita e i molti anni di lavoro su di sé.
Un progetto che intende contribuire al dialogo tra Chiesa e arte con la voglia di incoraggiare quella storica amicizia tra la fede e l’artista, alla conoscenza e al rispetto delle religioni, ma soprattutto un’esortazione ad affrontare senza possibilità di equivoco la sofferenza che è sì archetipo della condizione umana, ma anche purtroppo attualità straziante con cui non possiamo non confrontarci ogni giorno.
Vittorio Bellini dà prova di essere uomo di fede pura, non imposta, e artista nel senso più profondo e nobile del termine. Ben poco concede alle sue creature per conciliarle con il mondo. Le sue sculture non condividono nulla con le forme estetizzanti mostrate in ogni dove per nasconderci in modo fittizio e senza riuscirci il dolore, il disincanto e la disperazione nel suo prima e nel dopo. Anzi, con esse ci immergiamo completamente in questi stati profondi.
Ed è sempre stato questo il compito dell’artista: non solo esprimere la propria personalità attraverso le proprie creazioni, ma riuscire a trasmettere messaggi universalmente validi e condivisibili.
Le statue di Bellini sembrano avere un solo compito: farci toccare l’evidenza dell’essenza umana, non farci scappare dal dolore e dalla condizione che esso crea. E’ proprio la concretezza, la ruvida e brutale realtà di queste crude immagini, realizzate con materiali poveri come juta, stoffa, cemento e sabbia a creare lo stretto legame con la sofferenza.
... se il Figlio di Dio é entrato nel mondo della realtà visibile,
gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l’invisibile,
analogamente si può pensare che la rappresentazione del mistero possa essere usata,
nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero.
(Giovanni Paolo II, Lettera agli Artisti, 24 aprile 1999)
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