Odissea a Teatro: al Teatro di Casalmaggiore è in scena l'epica Domenica 5 aprile, alle ore 20:30, il Teatro Comunale di Casalmaggiore ospita il Teatro de los Andes in Odissea, testo e regia di César Brie.
Frutto di un lavoro durato tre anni, Odissea riprende il percorso di ricerca iniziato quasi dieci anni fa da César Brie con l’Iliade e prosegue idealmente la sua personale rilettura dei poemi epici, un lavoro che impegna a fondo i dieci interpreti della compagnia.
«Per affrontare l'Odissea -spiega il regista- abbiamo seguito l'esempio di Penelope: intrecciato fili diversi. Uno dei fili è stato partire da noi.
Quali sono i nostri naufragi, le nostre passioni, i nostri mostri? Cosa abbiamo abbandonato? Dove si nasconde la nostra Itaca? Un secondo filo: Ulisse è anche un emigrante.
Un terzo della Bolivia vive fuori dal paese. Ulisse racconta ai Feaci l’odissea dei latinoamericani che cercano di entrare negli USA. Polifemo diventa il capo della banda che assalta i poveracci sul treno che dal sud del Messico li porta al nord, lo hanno battezzato La Bestia.
La bestia prende il nome di Antifate e li divora. Cariddi sono le acque del golfo del Guatemala, dove in tanti finiscono affogati. Scilla è la frontiera nel deserto, sorvegliata dai cani da guardia. I Minuteman, che pattugliano armati il deserto, diventano i Lestrigoni, che fanno scempio degli ospiti in arrivo nella loro terra.
La terra promessa diventa la terra dei Lotofagi. La sirena è il canto della nostalgia, il ricordo che paralizza e annienta. Il ritorno di Ulisse diventerà una deportazione. Il terzo filo sono state le tantissime opere d’arte che l’ Odissea ha suscitato. Il quarto filo è la scenografia. Gonzalo Callejas, il nostro “ingegnere”, sparisce per un mese dalla sala. Un giorno mi fanno entrare e sedere con gli occhi chiusi. “Puoi guardare”. Davanti a me canne appese. Si aprono, si chiudono, ruotano, si spostano avanti e indietro. Creano strade, case, boschi, recinti, mura. Un marchingegno semplice che sembra complessissimo. Da quell’istante tutto il lavoro si compatta. Mentre montiamo l’Odissea, la Bolivia si incendia e questo diventa il quinto filo da tessere.
A Sucre vedo gli indigeni presi in ostaggio, picchiati e umiliati. Sentiamo sul collo il fiato del fascismo. Di questo passaggio della storia boliviana restano tracce nel nostro lavoro: la profezia di Tiresia diventa lo sguardo di un emigrante che torna dopo vent’anni.
La cacciata e umiliazione di Ulisse per mano dei pretendenti ha il tono e le parole delle aggressioni razziste. I pretendenti, figure che erano lontane dalla mia sensibilità, acquistano senso quando diventano un gruppo di maschi infoiati che violentano Penelope e le schiave. Viene ad aiutarci per la musica, il sesto filo, un mio nipote Pablo Brie. Non l’ho visto crescere per via dell’esilio e lo ritrovo adulto, competente, sensibile. E’ una restituzione. La sua presenza è anche parte del mio ritorno a Itaca. Compone, e insieme a Lucas Achirico, insegna a cantare ai nuovi attori.»
Federica Ermete
02 / 04 / 2009
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