Premio Narrativa Bergamo: Cosimo Argentina tra Dante e Bukowski 
Quarto appuntamento degli “Incontri con l’autore” al Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Questa settimana ha presentato Maschio adulto solitario, Cosimo Argentina, scrittore e insegnante dalla spiccata simpatia con la quale ha subito catturato il pubblico presente alla Biblioteca Tiraboschi, stupito che dalla penna di una persona così solare possa essere nato un libro tanto feroce.
Il suo non è un romanzo facile, anzi, è «un pugno nello stomaco», come l’ha definito l’autore stesso «un romanzo di (de)formazione, di declino». È una lenta discesa verso gli inferi la vita di Dànilo, il giovane protagonista che si descrive, appunto, come maschio adulto solitario, si paragona ad un cane-lupo che vive fuori dal branco, ma col quale non perde mai il contatto: “ero un maschio adulto solitario ossessionato dalla gente, - si legge nel libro - tanto dalla sua presenza quanto dalla sua assenza. Dovevo guardarla la gente, sentirne l’odore, studiarla, ma nel momento in cui uno avesse cercato di accorciare le distanze, sarei impazzito.” Un costante sprofondare verso condizioni peggiori, verso l’oscurità: il buio e l’asfissia dei luoghi del romanzo (gli appartamenti senza finestre, la fabbrica di tonno dove lavora, l’ufficio dell’avvocato cieco, la gabbia della tigre) sono metafora della sua esistenza, schiacciata dal dramma di una solitudine voluta.
La storia di Dànilo Colombìa inizia a diciotto anni, durante il servizio di leva. Qui già si scontra con le gerarchie, gli onori immeritati, le prepotenze, i soprusi. Solo l’amore per Sara è una ventata di freschezza e tenerezza, ma la vita non gli concede neanche questo e, dal momento della morte della ragazza, per Dànilo inizia un declino verso il nulla, il vuoto dei sentimenti, delle amicizie, dell’esistenza. Dànilo non sa fuggire. La sua è un’apatia velata da istinti animaleschi. E anche quando sembrerà riprendere in mano le redini della sua vita grazie all’amico cieco Anselmo e alla letteratura, nuovamente prevarrà l’annichilimento. Dànilo s'impantana in una Taranto maleodorante e fatiscente e il suo cuore s'inabissa in un esilio, nel quale essere soli è nello stesso tempo dolore insanabile e sopravvivenza. Gli unici amici sono quelli che lui chiama gli “Invisibili”, i fantasmi di parenti e amici, immagini di un passato più sereno che è morto con loro. È una Taranto che non c’è più, quella che fa da sfondo a gran parte del romanzo, una città drammaticamente marchiata dalle faide interne, dai morti ammazzati per strada, dalla spazzatura, dai cani randagi e dal dissesto urbano. Una città che ha segnato i primi 15 anni dell’autore e che gli è rimasta dentro con tanta forza.
Dànilo non può stare con la gente e non può allo stesso tempo farne a meno: è sottomesso con i potenti, accettando di farsi mettere i piedi in testa, ma è animale dall’inaudita violenza con i più deboli. Durissime le pagine che narrano dei rapporti tormentati con le donne, le sodomizzazioni in caserma, le violenze fisiche e psicologiche. Difficile da sostenere è la descrizione delle brutalità inflitte a Maria, donna totalmente asservita, vittima di una sofferenza che la rende ancor più remissiva e incapace di reagire agli sfoghi del protagonista.
La scelta stilistica di Cosimo Argentina è un’intenzione di nuda verità: sia per quanto riguarda il linguaggio, crudo, diretto, fatto di forme gergali, intercalari, parolacce, neologismi decisamente evocativi (come “cerebraccoppiavo”, verbo usato per descrivere l’astrazione mentale di Dànilo che pensa Stefania Sandrelli mentre subisce l’atto sessuale con l’anziana signorina Rotunno), sia per i personaggi, così ben descritti nel fisico e nella psiche. Uno stile scevro di orpelli e lustrini: «ho cercato di andare più a fondo, - spiega Argentina – di mettermi in gioco come scrittore, non volevo usare tecniche letterarie e artifici poetici sparsi nel romanzo per accattivare il lettore, fargli l’occhiolino e averlo dalla mia parte. Non mi piacciono quegli scrittori che cedono alla tentazione di voler piacere per forza ai lettori. Volevo scrivere un libro che scatenasse emozioni forti, non un libro che ti scivolasse addosso». Ed infatti il romanzo suscita emozioni, ma spesso di rifiuto e perplessità per la durezza della narrazione, che urta il lettore e lo fa deliberatamente. «Ho ricevuto anche tante porte in faccia – ammette l’autore – molti editor delle case editrici già dopo poche pagine mi dicevano: Argentina, lei è bravo, ma perchè spreca così il suo talento? E anche mia moglie quando leggeva sul monitor mentre scrivevo, se ne andava dalla stanza scuotendo la testa..».
C’è uno spiraglio di luce alla fine di tanta crudeltà? Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore... lasciate ogni speranza o voi che entrate. Citando l’inferno di Dante, Argentina ben risponde a questa domanda: non c’è riscatto per i miserabili.
Appuntamento con l’ultimo finalista del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo giovedì 2 aprile, sempre alle 18 al secondo piano della Biblioteca Tiraboschi. Ospite Franco Arminio che presenterà Vento forte tra Lacedonia e Candela
Silvia Valenti
27 / 03 / 2009
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