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Premio Narrativa Bergamo: D’Amicis racconta lo scontro sociale, ieri come oggi


Il cambiamento, è questo il filo rosso della XXV edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Il cambiamento in tutte le sfaccettature dell’umano, del fisico, dello psicologico, dell’ambientale. Carlo D’Amicis è il primo dei cinque finalisti che ha aperto il ciclo di “Incontri con l’autore” alla Biblioteca Tiraboschi, presentando il suo La guerra dei cafoni.

Non fatevi ingannare dal primo sguardo, non è un semplice romanzo di formazione, la storia di un adolescente che nelle estati della sua infanzia trova l’amore e mette in discussione i suoi ideali d’appartenenza sociale. Non è solo un passaggio esistenziale, una sorta di rito d’iniziazione verso l’età adulta. Ne La guerra dei cafoni c’è la Storia con la S maiuscola. Sono gli anni della trasformazione sociale in Italia, una lenta contaminazione di stili e atteggiamenti, una ricerca di identità che forse ancora oggi il nostro paese non ha completamente trovato.

È l’estate del 1975 e c’è una guerra civile. Quella urbana, quella tra estremismi bombaroli di destra e brigatisti di sinistra degli anni di piombo è lontana. Questa guerra ha come teatro un piccolo paese, Terramatta, nel Salento. Si combatte tra i figli dei “signori” e i figli dei “cafoni”. Guerra per gioco, fatta di intimidazioni, di perlustrazioni del territorio, di serate a preparare strategie d’attacco e di qualche scazzottata. È una guerra che si è sempre combattuta, dai Ragazzi della via Paal in letteratura agli scontri tra sub culture rock negli anni ’60 e ’70, tra i fighetti e i coatti. C’è un “signore” quattordicenne, Angelo Conteduca, detto Francisco Marinho (come il calciatore brasiliano dell’epoca), altrimenti detto il Maligno. Ossessionato dall’odio per i cafoni, combatte in nome dell’ordine sociale, della divisione di classe, della continuità storica. C’è Scaleno, l’ottuso e sfregiato leader dei “cafoni”. E poi ci sono le truppe: due manipoli di ragazzi di estrazione sociale e culturale diversa, che si fronteggiano da anni per segnare il proprio territorio e che forse cominciano ad essere stanchi della guerra, vorrebbero godersi l’estate adolescenziale, fatta di gelati, corse in motorino, cinematografo le sera sulla spiaggia, baci, sole. Invece per Marinho la guerra è soprattutto una lotta con se stessi, con i propri valori e la dimostrazione di forza fisica è dimostrazione della potenza dei propri ideali. È accecato dall’odio, dalla violenza, dall’orgoglio d’appartenenza. O bianco o nero: «In mezzo – be’, in mezzo non c’era proprio niente. I ceti medi? La piccola borghesia? Per noi, allora, le mezze misure non esistevano» dice proprio il protagonista, voce narrante del romanzo.

In quel 1975, a Torrematta, la guerra infuria, le fazioni si attaccano. Nessuno dei due leader vorrebbe soccombere. Ma i tempi stanno cambiando, la guerra diventa vera, subentrano le armi, non è più guerra territoriale, si fa guerra di conquista da parte dei cafoni di “privilegi” che prima non spettavano, per status, che ai borghesi, e disperato tentativo di annientare gli avversari da parte dei signori che si sentono accerchiati. Inizia l’era di quel fenomeno che Pasolini definì “cetomedizzazione”, l’omologazione imperante, la società del boom seguita alla ripresa economica degli anni ‘60. I cafoni non volevano solo vivere dignitosamente, volevano diventare “signori”. Il Paese sta per essere investito dal consumismo: l’avvento dei ceti medi che, grazie a nuovi strumenti come la rateizzazione, possono ottenere qualsiasi cosa, da televisioni, ad automobili, frigoriferi, lavatrici, fino a bussare alla porta di quell’Olimpo prima così lontano, che li separava dal prestigio sociale. L’Italia si avvia a diventare una società dove tutto si compra.

Il primo a capire che qualcosa sta mutando è proprio Marihno, che non riesce ad accettare questa nuova realtà. Il modello ibrido contro il quale si scontra è incarnato dal cugino del suo acerrimo nemico, rappresentante della sua paura più grande: la perdita di confini sociali, la contaminazione (veste firmato, osa giocare con il flipper che per chissà quale motivo tutta Torrematta sapeva essere d’uso solo dei signori, compra i rottami del motorino Caballero di Marihno e lo rimette in piedi, si prende la fidanzata del capo dei signori). In Marihno stesso si insinua il dubbio che il cambiamento sia inevitabile, quando s’innamora di Mela, cafona solo per etichetta sociale, in realtà delicata e profonda, simbolo per lui della scoperta, del passaggio (da un “fidanzamento” fittizio, quasi naturalmente imposto dallo status sociale, con la vuota Sabrina, incarnazione di tutti gli stereotipi della superficialità, a un sentimento e una fisicità reali).

A fare da sfondo alla storia c’è il mondo dei vacanzieri - le meduse, gli stabilimenti balneari, la controra, i jeans a zampa, il Caballero, i B-movie, i programmi di Febo Conti – che si scontra con il mondo del lavoro – l’Italsider, il boom edilizio, l’urbanizzazione, il passaggio da società contadina a paese post-moderno -. Sintomi di una stagione nuova che D’Amicis racconta con una scrittura che emoziona, con un’acuta ironia, partecipe ma a tratti nostalgica e a tratti graffiante. Il romanzo di D’Amicis mostra chiaramente il disagio vissuto dai giovani (di cui l’autore stesso si fa portavoce) per la rapidità con la quale questo paese è passato da un’identità antica e in crisi ad una non-identità, dal misurare i valori in base alla rigida appartenenza di classe, alla misura dei valori in base all’avere. La guerra dei cafoni diviene “metafora, attraverso un microcosmo di ragazzini indemoniati, del cambiamento collettivo che in quegli anni trasfigurò il nostro paese”, si legge nelle note editoriali. A tutto questo si unisce una scrittura viva, fonetica, fatta di contaminazioni essa stessa: dall’italiano colto e forbito alle sfumature dialettali. Una mix anche di generi: la tragedia di una guerra dove scorre il sangue, raccontata alla maniera della commedia all’italiana, un cortocircuito tra l’esaltazione dell’eroe cavalleresco che difende strenuamente la propria posizione (la guerra è una questione di principio) e il dramma.

«Nella mia generazione - ha spiegato Carlo D’Amicis - siamo cresciuti con il valore del porsi sempre delle domande, mettersi in discussione. Un valore che si è un po’ perso. C’è un forte istinto di determinazione, di riconoscimento del sé, dello schierarsi e prendere posizioni. Sesso, religione, politica. Un istinto che a mio avviso oggi si manifesta anche in modo un po’ isterico. Il libro nasce proprio dalla difficoltà di definirsi, un disagio nel dire con certezza chi siamo.» L’autore, come nei precedenti romanzi Piccolo venerdì (1996) e Escluso il cane (2006), ha voluto esplorare la stagione della crescita, le ragioni del cambiamento, i rapporti umani che transitano, l’emotività del passaggio che non è mai indolore, cercando di risalire all’origine dell’indeterminatezza: «Per me - continua D’Amicis - era il ritorno d’estate nel Salento dalla città (Tarantino di nascita, si è trasferito a Roma con la famiglia n.d.r.), il trovarmi di fronte ogni anno questo conflitto: noi cittadini e loro paesani, con differenze di valori, modelli, atteggiamenti, che dipendevano non solo da come vivevamo, ma anche da dove vivevamo».

Un disagio non risolto: Marihno è da annoverare nella lista degli sconfitti, kafkianamente subisce il cambiamento, non lo accetta. E l’Italia d’oggi? Forse le scosse di assestamento non sono ancora finite.

Appuntamento con il secondo “Incontro con l’autore” giovedì 12 marzo alle ore 18 al secondo piano della Biblioteca Tiraboschi di Bergamo, per la presentazione del romanzo Sonno di Roberto Tiraboschi.

Silvia Valenti

07 / 03 / 2009




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