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Premio Narrativa Bergamo: Franco Arminio, tra poesia e fotografia di paesi morenti


Due ore in compagnia di uno scrittore che ha affascinato i giurati popolari presenti ieri all’ultimo degli “Incontri con l’autore” al Premio Nazionale di Narrativa: Franco Arminio e il suo Vento forte tra Lacedonia e Candela, esercizi di paesologia.
Il fil rouge che unisce la cinque opere in concorso quest’anno, il cambiamento, nel libro di Arminio si configura come il passaggio da paesi abitati a paesi disertati, abbandonati: “almeno un quarto dei paesi italiani è gravemente malato – si legge nell’introduzione – soffre di desolazione”. Non è un romanzo come siamo abituati ad intendere la narrativa, non c’è una storia, sono tanti piccoli scorci di paesi, volti, dettagli, atmosfere, sensazioni, in un viaggio attraverso il degrado dall’Irpinia orientale, al Molise, dal Salento, alla Lucania, al Piemonte alpino. Una raccolta di istantanee di esistenze morenti, lentamente, quotidianamente. Il libro nasce da un’esigenza quasi fisica, spiega l’autore, di descrivere una trasformazione silente, di cui i giornali e le TV non sanno o non vogliono raccontare, perchè non c’è notizia nell’inesorabile lasciarsi andare dei paesi della nostra Italia.
Arminio definisce la paesologia come «una forma di attenzione in un mondo di distratti» e continua «faccio turismo della clemenza, vado nei paesi non per divertirmi ma per far loro compagnia». Ciò che contraddistingue l’attività del paesologo è l’allontanamento dal turismo “della domenica”, che è andare nei paesi per vedere particolari che li rendono speciali (il vicolo più stretto d’Italia, la casa natia di qualche personaggio celebre, la sagra folcloristica, un edificio storico), nella maggior parte dei paesini dispersi nell’altopiano irpino o tra i passi alpini non c’è nulla di turistico. Il paesologo và nei paesi nell’ottica di farsi un po’ sorprendere dalla quotidianità, niente di straordinario, solo il passare del tempo sulle cose e sulle persone, un lampione, un’auto parcheggiata, un gatto acciambellato su un muretto. Ci va quando non ci va nessuno, soprattutto nelle mattinate di dicembre quando tutto è chiuso, per le strade solo un cane solitario o la pensionata curva con il sacchetto della spesa e il cielo plumbeo che pesa sui tetti. «Sono uno smarrito che vaga tra smarriti» dice e nel libro si legge: “nei paesi ci devi andare da solo, devi essere un po’ sperduto. Il paese più è sconfortato e sconfortante, più è necessario andarci da soli. [...] Il paesologo guarda e cammina. Non studia un paese, lo annusa, lo ascolta, ma non si fida di quello che dice”. Per Arminio la paesologia è a metà tra la pietas e la necrofilia: c’è una punta di voyeurismo nell’andare per paesi che stanno morendo o sono già morti, ma in realtà l’autore sottolinea come la scrittura sia elegia della sofferenza, sia toccare i paesi nella loro intimità, «scrivere è l’unico modo che conosco per stare nel mio corpo e dunque nel mondo. Scrivo per ricaricarmi da un senso di sfiatamento che lo scorrere delle ore mi provoca». Si descrive come un ipocondriaco, malato dell’ansia del tempo. Forse proprio questa sensibilità acuisce l’empatia che si instaura tra la desolazione dei luoghi e la desolazione dell’anima. Una crepa che si continua ad aprire e che la scrittura cerca di colmare, per rimettere insieme i pezzi.
L’intento è anche quello di aggiornare l’idea che abbiamo dei paesi come luoghi ameni, dove si respira aria pulita, si mangia sano, ci si gode la tranquillità. «Pensiamo solo al silenzio – ammonisce Arminio – per una persona che viene dalla città un’ora di silenzio fa bene, ma il silenzio tutti i giorni è angosciante». Nei paesi, quelli di qualche centinaia di anime e tante case vuote, quelli che hanno subìto la furia della natura – terremoti, frane, inondazioni – e ora subiscono la furia della ricostruzione, quello che maggiormente si percepisce è l’assenza: “l’assenza di chi se ne è andato e di chi non è mai arrivato”. Migliaia di anziani abbandonati davanti alla tv dai figli partiti per cercare lavoro nelle città del nord o all’estero, manifesti funebri di compaesani morti altrove, case chiuse, piazze svuotate. Prima c’era la “comunità” con i suoi racconti, i rapporti, ora c’è la solitudine. Nelle città la morte non si vede, nei paesi cambia letteralmente il colore e il volto dei luoghi: quando in un borgo di 15 anime muore una persona “il vuoto è tangibile e irrimediabile; se ne và una storia senza che se ne formi un’altra”. È la panchina in piazza che resta senza l’occupante abituale, una finestra sempre chiusa, il quarto che manca al tavolino del bar per la briscola.
Eppure c’è anche un altro fenomeno, forse altrettanto preoccupante: molti paesi d’Italia stanno perdendo la loro identità, svenduta all’industria del turismo, riconvertita all’ammodernamento, imbellettando i muri crepati, le insegne scolorite, ricoprendosi di gelaterie, negozi, parcheggi e attrazioni. «A me piacciono i paesi per quello che sono – spiega lo scrittore – che quando arrivi la mattina in auto in piazza è come entrare di sorpresa in camera da letto, non c’è tempo perchè si sistemino. Mi piacciono trasandati, che non si danno arie, che non si prostituiscono per il turista. Le muffe, i calcinacci, le porte rotte». Questa è la loro bellezza, sono veri. «Dovremmo usare più la gomma che la matita – prosegue Arminio – svuotare i luoghi da tutte le cose che vi abbiamo messo dentro. Oggi i paesi pesano molto più di un tempo. E finiamo noi stessi per diventare cose tra le cose».
È stato definito un libro “meno critico” rispetto ai precedenti lavori come Viaggio nel cratere, ai documentari sull’Irpinia d’Occidente e alla sua quotidiana battaglia contro l’accanimento rozzo dei restauri post-terremoto, le discariche, i piani regolatori. Ma l’intento non era l’invettiva contro le politiche trascurate, non questa volta. Vento forte tra Lacedonia e Candela è in qualche modo un omaggio ad un mondo contadino che non c’è più, alla consapevolezza della precarietà, al vuoto. È un massaggio per la mente, attraverso un linguaggio sospeso tra morbido lirismo e graffiante realismo. Una letteratura estremamente raffinata, poetica, evocativa. Scrittura che crea vivide immagini, accarezza i luoghi e i volti, offre al lettore uno sguardo fotografico che penetra nella realtà degli spazi, attraverso dettagli, profumi, colori, attraverso incontri. Una prosa stupenda, che apre una finestra di letteratura alta nel linguaggio sguaiato e stentato della cultura mediatica. Il tono della narrazione è quello della passeggiata, calmo, pacato, riflessivo. Fatto di suggestioni descrittive e ritagli di poesia, perfettamente inseriti nel fluire dei suoi passi di osservatore itinerante in un intreccio di “stradine, porte, brusii”, personaggi.
C’è chi è andato lontano per raccontare la propria terra, ha sentito la necessità di una visione distaccata. Arminio fa la scelta di restare, di abitare il territorio, di viverne la rovina dall’interno. E non è una scelta facile: «fare l’intellettuale al sud può essere una battaglia. La gente prova godimento nelle disgrazie altrui e guarda con sospetto ai successi»; proprio per questo lo scrittore è stato spesso contestato dai suoi compaesani che si sentono accusati in prima persona e difendono acriticamente con orgoglio la propria terra, con tutti i suoi difetti.
A chiusura del libro, nel suo Zibaldone, Arminio fa un invito ai lettori: “abbiate cura di andare in giro, non rimanete fermi, come lo straccio sotto il ferro da stiro”. Se potete, allora, spegnete il computer e uscite.
Silvia Valenti


05 / 04 / 2009




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