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Premio Narrativa Bergamo: Mauro Covacich e la sperimentazione del vero


Proseguono gli appuntamenti del Premio Nazionale di Narrativa. Il terzo “Incontro con l’autore” ha visto protagonista Mauro Covacich e il suo Prima di sparire, un romanzo sull’abbandono, vibrante di sofferenza. Un esperimento radicale di verità che passa attraverso il racconto autobiografico. Parla di una scomparsa, appunto, un tradimento prima, un abbandono poi. Scrive di come, quando un amore tramonta, porti via con sé non solo le persone che lo avevano abitato, ma anche i gesti, le parole, le piccolezze di tutti i giorni, che continuano a bruciare dentro l’autore come un fuoco logorante.

Abbandono come metafora della perdita, fisica, una separazione che si fa quasi amputazione di una parte di sé, a sottolineare che le scelte di vita che prendiamo non sono mai indolori. L’operazione editoriale che questo romanzo compie è espressa con lucida crudeltà proprio nell’ultima pagina, dove l’autore svela ai lettori che tutto quello che hanno letto è “vita vera”, conservando persino i nomi, le date, i luoghi.

Citando Cèline, che in un discorso aveva sottolineato come il ruolo dello scrittore sia metaforicamente portare i lettori in una piacevole crociera letteraria, mostrar loro le piscine, i saloni, lo sfarzo, i balli, Covacich descrive il suo esperimento letterario come «una discesa nella sala macchine della nave, per mostrare al lettore la verità del grasso dei motori, del sudore». L’autore si mostra al lettore, si mette a nudo, spinto dalla colpa cerca un processo dove lui stesso è giudice e imputato. Aveva iniziato con lo scrivere un’altra storia, capitolo conclusivo di una trilogia iniziata con A perdifiato e Fiona, ma il progetto è naufragato. Prima di sparire racconta il fallimento, che è innanzitutto un fallimento creativo di un racconto rimasto nella penna perchè «la mia vita in quel momento – ha dichiarato Covacich – era diventata incommensurabilmente più importante da raccontare, era scomoda, mi metteva con le spalle al muro». Proprio nel romanzo ritroviamo i frammenti del lavoro che lo scrittore-protagonista stava portando avanti: mentre ci racconta la sua storia, diviso tra l’amore per la moglie Anna e l’attuale compagna Susanna, ci racconta anche dei protagonisti dei romanzi precedenti, il suo alterego femminile Maura e il marito Dario Rensich, body artist che fa del suo essere maratoneta performance artistica. Le storie s’intrecciano con maestria, il piano letterario scivola sul piano reale, la narrazione si fonde con la confessione, i personaggi con le persone. L’autore racconta lo sforzo del maratoneta Rensich, la lotta per la sopravvivenza, il crollo fisico e emotivo, l’umiliazione. E insieme descrive il percorso di un se stesso scrittore, che vive di progetti di scrittura, di presentazioni di libri e letture pubbliche in giro per tutta la penisola, accanto alla moglie, agli amici, ai colleghi, ai parenti. Poi un nuovo amore, nato per caso, con estrema naturalezza, perchè non c’è nulla di crudelmente premeditato nell’innamorarsi di un’altra o di un altro nel caso della moglie di Rensich. «Per tutta la vita ho scritto romanzi dove i protagonisti mi assomigliavano moltissimo e alla fine mi sono detto, sai cos’è? Ne scrivo uno dove il protagonista sono io».

Per tornare al fil rouge del cambiamento, che unisce le opere in concorso nell’edizione del Premio Narrativa di quest’anno, Covacich descrive un mutamento emozionale che non passa attraverso rivoluzioni violente, ma l’esaurirsi dell’amore precedente nel nuovo nato, il suo declino, la sua assenza. Descrive l’improvvisa scomparsa di una coppia da un divano, della loro ombra dietro le finestre, dei loro progetti, delle loro parole abituali, del cibo quotidiano nel loro frigorifero, dei libri nella loro libreria, dei riti di ogni giorno. Un taglio inspiegabile, che crea solo vuoto. Non è una storia di liberazione, Covacich non prova sollievo nel lasciare la moglie (per altro per tutto il libro descritta come una donna perfetta, senza mai addossarle nessuna colpa, quasi a spingere il lettore a parteggiare per lei). Il nuovo amore con Susanna non è gioioso, perchè l’abbandono fa più male della morte, lascia un vuoto incolmabile, spezza il tuo essere come un arto amputato. E lo scrittore non sarà più lo stesso di prima, né nel lavoro né nei rapporti (emblematico è proprio il suo scontrarsi con le abitudini diverse da Trieste a Roma, gli amici nuovi, gli ambienti nuovi, nel tentativo di ricrearsi una quotidianità).

Al di là dei contenuti del romanzo, però, l’autore ha tenuto a precisare che il suo è prima di tutto un esperimento letterario, volto al raggiungimento di una compiutezza formale: «la forma è una questione cruciale, – ha dichiarato – non mi interessava usare la scrittura come terapia, autoanalisi, una mera esternazione della mia vita per solleticare curiosità morbosa nel lettore. In quel caso avrei fallito l’opera. Invece è la questione letteraria in gioco, una ricerca artistica». Non un bisogno di redenzione ma un bisogno d’arte. Covacich vuole mostrare i “fuori onda” della vita, la goffaggine, la stupidità, lo stato pre-razionale delle persone che come lui si trovano sospese tra il tradimento, l’amore, la fuga. È proprio la coscienza della colpa che acuisce il senso di inadeguatezza e inferiorità rispetto a quelli che, invece, “ce l’anno fatta” (i monogami, quelli con famiglie numerose e felici, i genitori che si sono amati fino al letto di morte, chi resiste alla vita guidato dai valori e dalla morale). Anche questo, come i precedenti di Covacich, è un romanzo sulla debolezza umana, a cui si aggiungono la malinconia della perdita e il disincanto. Perché ogni scomparsa è una perdita che fa male, sia a chi la realizza che a chi la subisce.

L’obiettivo è mostrare la verità. Una verità parziale, ammette lui stesso, perchè per quanto fedele ai fatti e minuziosamente ricostruita, è legata alla memoria, facoltà soggettiva per sua natura «il ricordo non è che il modo in cui la mente intende raccontarlo, anche quando è in buona fede, anche quando parla con se stessa. Inevitabilmente il ricordo è la mia versione del ricordo, a maggior ragione quando la vita di tanti si è trasformata nella scrittura di uno solo», dichiara nell’ultima pagina del romanzo. Un’ammissione che l’autore ha sentito il bisogno di sottolineare, ma che nulla toglie all’esperimento di scrittura come smascheramento, messa in gioco totale, verità kafkiana. Obiettivo raggiunto? Non spetta al lettore giudicare la veridicità dei fatti né ancorare il giudizio sul libro ad un giudizio morale sulla vita dell’autore. Non è necessario che si tratti di autobiografia e che i personaggi siano reali, perchè appaiano al lettore così veri, in tutta la loro emotività.

Silvia Valenti

20 / 03 / 2009




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