Recensione "La bottega del Caffè" al Fraschini di Pavia C  on questa commedia di Carlo Goldoni
il Teatro Fraschini rende omaggio a Giulio Borsetti
uno dei principali maestri del teatro italiano
recentemente scomparso. Attore, regista, è stato a
lungo direttore artistico della Compagnia del Teatro Carcano,
della quale fanno parte Antonio Salines (per l’occasione Don Marzio)
Virgilio Zernitz (il caffettieri Ridolfo);
in scena Cristina Sarti (Placida) Alice Redini (Vittoria).
Si tratta di una delle più celebri opere di Goldoni,
scritta nel 1750 sviluppando un tema già esposto
in precedenza come intermezzo musicato e che ebbe
già allora un così grande successo da meritarsi un
ampliamento a commedia in tre atti.
Il commediografo veneziano disegna una piazzetta
e il teatro Fraschini la realizza sulla scena
dove fa vivere tre botteghe, “quella di mezzo ad uso di caffè;
quella alla diritta, di parrucchiere e barbiere;
quella alla sinistra ad uso di giuoco, o sia di biscazza”
e vari meravigliosi personaggi, avventori, gestori delle attività,
giocatori, caratteri universali, umani, verosimili e forse veri”.
Come sostiene lo stesso Goldoni nelle sue “Memorie”,
prevenendo eventuali critiche alla mancata unità d’azione,
la sua intenzione non era di voler rappresentare una vicenda
ben precisa, ma di voler dipingere una piazzetta di Venezia
e la vita delle persone che gravitavano intorno ad essa.
Ed ecco quindi che tutta la scena non è altro che uno scorcio
di realtà portato in teatro. Il vizio e la colpa, la virtù e le
passioni muovono e animano queste creature che racchiudono
in loro ingenuità e malvagità, speranze e furore.
L’estrazione sociale che interessa all’autore è la piccola
e media borghesia, che incarna la quotidianità, la ritualità
di gesti e situazioni che si ripropongono in scena come nella
vita vera. Non a caso tutto si svolge intorno alla bottega del caffè,
luogo di ritrovo di avventori abituali e di passaggio,
collocato al centro della scena come punto di fuga da
cui si ha la visione di tutta la piazza e degli edifici che l’attorniano.
La commedia è chiaramente a lieto fine: tutto
rientra nell’etica e nella morale comune, che
vede trionfare il bene e punire il male.
Interessante però è la chiusa, in cui in una specie di
pubblico tribunale sono chiariti i malintesi provocati
dalle maldicenze di Don Marzio, che quindi è accusato
di calunnia, indiscrezione e spionaggio. Il gentiluomo
che mai aveva messo in dubbio la bontà delle proprie
intenzioni, come mai aveva contemplato l’idea di poter
parlare o agire male, si vede costretto a
riconoscere le proprie colpe e a partire da Venezia.
In realtà il cavaliere "napolitano", che pretende di
vedere e capire tutto brandendo quel suo occhialetto
"che non isbaglia mai", non ha capito veramente nulla:
è solo un intruso che con le sue fantasie costringe tutti
allo smascheramento della propria identità.
Con questa opera il Teatro Fraschini chiude una
spumeggiante stagione di Prosa che ci lascia
già con l’ansia e la curiosità di conoscere
la prossima!!!!
Alessandro Leo
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